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Commodity, il rame ha ripreso a correre e punta quota 7mila

rame

Il prezzo del rame ha ripreso a marciare a passo spedito. A inizio settimana è volato sui massimi del mese di ottobre, e le prospettive di questa commodity sembrano ancora molto interessanti.

Il rame brilla tra le commodity

rameLa quotazione di questa commodity è salita del 40% al London Metal Exchange rispetto ai minimi dell’anno toccati nel marzo scorso. Eravamo nella fase più acuta della crisi pandemica. Adesso invece, dopo un impetuoso rally, le quotazioni evidenziate sulle Consob piattaforme trading sono ben diverse. Infatti il prezzo del rame viaggia a 6.700 dollari per tonnellata, ovvero sui massimi dal giugno 2018 (il picco assoluto risale al 2011, quando le quotazioni sfiorarono i 10 mila dollari).

Divergenza dal petrolio

L’exploit del rame è notevole, in special modo se messo a confronto con l’andamento di un’altra famosa commodity, ossia il petrolio. Le due materie prime, che solitamente riflettono entrambe le aspettative sull’economia, hanno avuto un andamento divergente negli ultimi mesi. Il petrolio infatti è rimasto debole. Un divario così grande tra le due commodity non si osservava da un quarto di secolo.

Nota operativa: ci sono molti legami tra commodity e valute. Può essere interessante studiare una strategia spread trading forex.

La spinta cinese e gli scioperi cileni

Il fatto è che i fondamentali dei due mercati sono molto differenti. Il petrolio affronta uno strutturale problema di eccesso di offerta. Il rame invece sta cavalcando la ripresa vigorosa della domanda. Soprattutto quella dalla Cina, principale consumatore al mondo di rame. La Cina investirà quasi 900 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per sviluppare le reti elettriche del paese ad alta intensità di rame, hanno riferito i media di stato. E’ chiaro che il forte consumo cinese è il principale driver del prezzo. Questo significa che nuovi focolai di coronavirus potrebbero far deragliare la domanda.

Vanno ricordare poi le minaccia di sciopero dei minatori in Cile, che aumentano ulteriormente la pressione rialzista sui prezzi. Il sindacato nella miniera cilena di Escondida ha rifiutato l’offerta finale di BHP nelle trattative contrattuali, ma si tenerà ancora la strada della mediazione per evitare lo sciopero.

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